LO STANDARD DEL SEGUGIO ITALIANO

 Le direttive sia per la morfologia che per il modo di comportarsi del nostro segugio nella fase di lavoro sono il frutto di studio ma soprattutto della risultanza di caratteristiche che si tramandano nei tempi attraverso la selezione. E’ quindi giusto esporre il proprio pensiero ma attenendosi alla cinofilia-cinotecnica. Godere dell’iscrizione al libro delle origini o anche del possesso dell’affisso non è garanzia di risultati positivi. Bisogna trovare un punto di accordo e uniformarsi alla logica per fare conoscere agli appassionati seguisti la linea da seguire nella selezione del nostro amato ausiliare. Già nel passato della SIPS, autorevoli personaggi hanno espresso pareri sullo standard del segugio italiano(sia dal punto di vista morfologico che funzionale)spesso discordanti che hanno contribuito a generare confusione. 

Nel suo “Manuale del cacciatore col segugio” Luigi Zacchetti sottolineava che “I nostri segugi italiani mancano spesso di tipicità soprattutto quelli che bazzicano nelle colline e nelle montagne per lo più in mano a cacciatori che mirano più al rendimento che non al sistema appropriato del vero segugio dinamico”. L’avvocato Peccorini Maggi, nella prefazione del libro scritto da don Nando Armani, evidenziava  di non aver mai assistito ad una divergenza di opinioni imbastita sul metodo di lavoro del segugio e che, quindi, il segugio dovrebbe lavorare rispettando le regole per cui è stato creato: la caccia. “Nelle gare – dice l’avvocato Peccorini Maggi – si da massimo rilievo allo stile dei vari soggetti e alla loro ortodossia poiché si deve tenere in dovuto conto la tipicità del lavoro della razza”. 

Come mai ancor oggi ci sono scuole di pensiero(compresi giudici esperti)portate a preferire il segugio di metodo o di iniziativa? Sul tema il commendatore Paolo Ciceri era intransigente. Al temine del raduno nazionale delle razze da seguita di Rovereto Cremasco del 24 giugno 1984, che celebrava il 30esimo anniversario della dipartita di Luigi Zacchetti, mi rilasciò una intervista molto pepata dove evidenziava l’incapacità della SIPS a favorire la selezione del segugio italiano forse distratta dal grande successo politico in seno all’ENCI grazie al boom dei tesseramenti: Mario Quadri, vent’anni dopo presso l’ex filanda di Soncino, nel corso del suo ultimo dibattito pubblico focalizzato sull’evoluzione del segugio italiano, ammise l’errore, la propria colpa. Purtroppo le parole critiche di Paolino Ciceri non furono gradite dai personaggi influenti che all’epoca condizionavano il lavoro di Mario Quadri. Il commenda, però, venne messo da parte.

“C’è la necessità – aveva detto Paolo Ciceri nel dopo raduno di Rovereto – di fare chiarezza: bisogna far erudire la massa dei seguisti e soprattutto che si convinca che il cane in lavoro deve mantenere le caratteristiche della razza perché esiste colleganza tra morfologia e sistema di lavoro. Tutti devono contribuire affinché i seguisti ai quali sta a cuore la razza si adoperino per la diffusione numerica del segugio italiano tipico e selezionato soprattutto sulle doti intellettive che sono il bagaglio di indiscussa rispondenza”. Ciceri, infatti, nei soggetti presentati in expo aveva notato e messo in evidenza i gravi danni causati dall’utilizzo ad oltranza di segugi francesi nel rinsanguamento del segugio italiano. 

“Oltre all’intelligenza – fu il pensiero del più importante e conosciuto giudice del primo dopoguerra – va dato appoggio a quei cani che esternano il cosiddetto animus ereditato dagli avi e che racchiude volontà, passione, tutto il corredo da noi ricercato. Non si deve per principio sostenere che nel cane puro con marcati caratteri di tipicità si riscontrino con più frequenza le insufficienze.  Necessita quindi darsi da fare seriamente usando l’intuito: abbandonando i personalismi e i profitti personali; le invidie e scambiandosi i soggetti validi, intelligenti per eventuali accoppiamenti studiati, restando vincolati alle regole della genetica; solo così si arriverà ad allargare i risultati voluti. Ma ci si rende conto quanti anni sono stati persi? Oso dire tempo sprecato nel tentativo di ottenere cani capaci. Tentativo pienamente fallito che ha inzuppato la piazza di inconcludenti incroci. Mario Quadri asserisce che tutt’ora abbiamo un nutrito lotto  di individui delle due varietà(pelo raso e pelo forte) di notevole pregio. Mi permetto di osservare che i soggetti di vero valore dovrebbero essere di più: a quest’ora il segugio italiano tipico dovrebbe abbondare su tutte le pianure”. Inoltre, Paolo Ciceri sul metodo di lavoro del nostro segugio italico precisava: “E’ fornito da quel cane che più di ogni altro evidenzia le linee cranio-facciali sulla divergenza. La divergenza è di 3 gradazioni: marcata, dove il prolungamento della linea sagittale del cranio si incontra con la linea della canna nasale più vicino allo stop; la media, dove la linea si interseca a metà della canna nasale; la minima, dove la linea si interseca in prossimità del tartufo. Il segugio italiano ha linee divergenti e quindi depositario della divergenza minima. Queste tre impostazioni possono dare alla canna nasale il profilo superiore convesso; quindi è impropria l’affermazione che i cani più portati ad alzare la testa sono quelli che hanno assoluta mancanza di divergenza. Una differenza notevole”.

Nell’ambiente segugistico nazionale è radicata la convinzione che la voce del segugio sia caratteristica di razza. E’ normale che la voce venga qualificata con scrupolo considerando l’importanza che riveste nel capitolo della tipicità. Non è ammissibile che segugi dotati di rispondente costruzione corporea, del richiesto modo di comportarsi nelle 4 fasi di lavoro emettano voci contrastanti ai crismi e vengano in verifica zootecnica ugualmente premiati con qualifiche lusinghiere e cartellini(CAC-CACIT). 

“Richiamo l’attenzione dei giudici – conclude nella sua analisi Paolino Ciceri – perché quanto detto per il lavoro vale per la morfologia. Nelle esposizioni e nei raduni di razza manca quella prontezza di valutazione, quella sicurezza nella scelta istantanea del cane di vera classe. E trattandosi del segugio italiano il saper afferrare all’istante una delle qualità basilari: l’espressione. L’espressione è data dall’occhio; nel cane italiano lo sguardo è inconfondibile, uno sguardo dolce che incute simpatia”.

Paolino Ciceri avanzò una proposta rivoluzionaria in merito alla scheda utilizzata in prova dai giudici; scheda che lui aveva provveduto a redarre assieme all’allora presidente Mario Quadri: “Il sistema attuale del punteggio non è di facile ed immediata applicazione: molti giudici si regolano adattando il punteggio al concetto che si sono fatti del cane che sta svolgendo la prova o peggio viaggiano con in tasca una tabellina già compilata nei punteggi. Penso sia più onesto, corretto assegnare le qualifiche ad occhio come si fa per i cani da ferma. Anche lo standard di lavoro si può modificare ma basandosi su concetti tecnici chiari, non di libera interpretazione”.

Quanto allo standard morfologico, al famoso disegno del Solaro, mi permetto di osservare che a forza di correzioni in corso d’opera non si distinguono più il Segugio italiano a pelo raso dall’Ariegeois o dal Petit Bleu de Gascogne. Una mia forzatura? Ciò è avvenuto anche in altri campi: a forza di spingere sulla produzione di latte, oggi, la vacca Bruna Alpina è del tutto simile alla Frisona Italiana; le due principali bovine allevate in Italia si differenziano per il solo mantello, come la maggioranza dei segugi italiani da quelli francesi!